La prima cosa che mi ha fatto sorridere, avviando Sleep Awake, è stata una sensazione di ironia involontaria. Tutto parte come sempre, con i classici avvisi iniziali, ma il contesto è talmente disturbante che anche le cose più banali assumono un peso diverso. Qui il sonno non è un momento di riposo: è una minaccia. Addormentarsi significa sparire. Fine.
Ed è da questa idea semplicissima e inquietante che nasce uno degli horror più strani e meno concilianti passati sotto le mie mani negli ultimi tempi. Sleep Awake è un’esperienza che non ti vuole spaventare con i soliti trucchetti, ma farti sentire costantemente fuori equilibrio, come se fossi tu stesso in uno stato di veglia forzata. Funziona? Sì. Sempre? No.
Siamo davanti a uno dei progetti più sperimentali di Blumhouse Games, e si vede. È un titolo che sembra più interessato a farti vivere qualcosa che a intrattenerti nel senso classico del termine. C’è dentro cinema psichedelico, fantascienza sporca, visioni lisergiche e una colonna sonora che sembra voler prendere a schiaffi il tuo sistema nervoso. Non è un caso: dietro il progetto c’è anche un musicista abituato a suoni aggressivi e atmosfere disturbanti, e la musica non accompagna il gioco, lo domina.
Una bambina, una città che muore e un mondo che non dorme più
La storia ruota attorno a Katja, una ragazzina costretta a sopravvivere in una città decadente, un luogo che sembra già sconfitto prima ancora che la vicenda cominci davvero. Il padre è scomparso cercando di capire cosa stia succedendo al mondo, il fratellino non c’è più, e l’unico modo per andare avanti è restare svegli. Sempre.
Il sonno è diventato un nemico globale. Chi cede, scompare, lasciando dietro di sé solo una presenza vuota, un residuo inquietante. L’umanità, messa con le spalle al muro, ha reagito nel modo più estremo possibile: dolore, macchinari, sostanze chimiche. Qualsiasi cosa pur di non chiudere gli occhi.
Katja vive in una sorta di serra-laboratorio, circondata da piante e strumenti improvvisati, dove prepara una sostanza che le permette di restare cosciente. Ma il prezzo da pagare è altissimo: la realtà comincia a sfaldarsi, i confini diventano liquidi, e capire cosa sia vero e cosa no diventa sempre più difficile.
Il punto più alto: l’audiovisivo
Quando Sleep Awake decide di spingere sull’acceleratore visivo, diventa qualcosa di davvero speciale. Le transizioni tra realtà e allucinazione non sono semplici effetti grafici, ma vere e proprie sequenze filmate, aggressive, saturate, montate in modo frenetico. È come se il gioco si strappasse da solo, mostrando cosa c’è sotto la superficie.
Queste parti sono, senza dubbio, il cuore dell’esperienza. Il modo in cui immagini reali e motore grafico si sovrappongono crea momenti di forte impatto, a tratti ipnotici. È un gioco che sembra nato per un contesto da festival, e infatti lo è: più vicino a un’esperienza artistica che a un horror tradizionale.
Il mondo costruito attorno all’idea di un’umanità che ha rinunciato al sonno è ricco, disturbante, coerente. Ogni ambiente racconta una scelta estrema, ogni soluzione adottata per restare svegli ha qualcosa di profondamente sbagliato. Da questo punto di vista, l’immaginario è uno dei più riusciti che abbia visto di recente.
Quando l’atmosfera regge tutto… forse troppo
Il problema è che Sleep Awake si affida quasi completamente a questa atmosfera. La storia, volutamente frammentata, resta sospesa fino alla fine, ma non sempre in modo soddisfacente. L’ambiguità è una scelta precisa, ma a lungo andare rischia di diventare una coperta sotto cui nascondere la mancanza di una vera direzione.
C’è una componente investigativa, si raccolgono tracce, frammenti, testimonianze, ma raramente si ha la sensazione che tutto questo porti da qualche parte. Non serve una spiegazione chiara, ma almeno un appiglio interpretativo sì. Qui, invece, sembra che il gioco si compiaccia un po’ troppo del suo essere nebuloso.
Sul fronte del gameplay siamo dalle parti dell’essenziale più assoluto. Puzzle molto semplici, ambienti piccoli e guidati, soluzioni praticamente sempre a portata di mano. A volte fin troppo. Ci sono momenti in cui basta davvero poco per andare avanti, e questo spezza un po’ l’immersione.
Le brevi sezioni in cui bisogna evitare pattuglie e soldati sono quelle meno convincenti: tutto è troppo statico, troppo costruito, e il senso di tensione svanisce rapidamente. Molto meglio quando il gioco abbandona qualsiasi rigidità e si lascia andare completamente alla logica del sogno.
Un’esperienza più da vivere che da “giocare”
Sleep Awake è un titolo che si ricorderà soprattutto per come colpisce i sensi. Suono e immagine lavorano insieme in modo potentissimo, creando un’esperienza che resta addosso. Ma sotto questa superficie affascinante c’è un gioco fragile, minimalista, che chiede molto al giocatore senza sempre restituire altrettanto.
Se ami gli horror sperimentali, quelli che non spiegano tutto e che ti lasciano in uno stato di inquietudine costante, questo è un viaggio che vale la pena affrontare.
Se invece cerchi una struttura solida, puzzle stimolanti e una narrazione che prima o poi chiuda il cerchio, potresti arrivare alla fine con la sensazione di essere rimasto sveglio… per nulla.
E in un gioco dove il sonno è il vero nemico, forse è questo il rischio più grande.
VOTO: 6.5




