C’è stato un momento preciso, molti anni fa, in cui qualcosa è andato storto nel mondo dei videogiochi. Non parlo di Skynet, ma di quando abbiamo iniziato a pagare per cose che prima erano semplicemente… giochi. Da lì in poi sono arrivati contenuti a pezzi, pass stagionali, servizi eterni, patch promesse e mai davvero finite.
Ecco: Terminator 2D: No Fate sembra nascere con una missione chiarissima. Guardare quel futuro negli occhi e dire: no, grazie.

Il team di Bitmap Bureau prende uno dei film più sacri degli anni ’90 e lo trasforma in un atto d’amore dichiarato per l’epoca dei 16-bit. Un sidescroller senza vergogna, senza compromessi, senza modernismi inutili. Brevissimo, sì. Ma così carico di rispetto e nostalgia da sembrare una macchina del tempo travestita da cartuccia Mega Drive.

Un’ora di gioco, come una volta (e non è un difetto)

La campagna principale segue gli eventi di Terminator 2, con qualche deviazione e variazione. Se sei bravo – o ostinato – puoi arrivare alla fine in circa un’ora. Sulla carta è pochissimo. Nella pratica, ci arrivi dopo diversi tentativi.

Ed è qui che il gioco rivela subito la sua filosofia: non è corto, sei tu che devi imparare. È strutturato come si faceva una volta, quando la durata era gonfiata dal numero di volte in cui dovevi ricominciare tutto da capo. Continui limitati, sezioni punitive, errori che paghi cari.
Non ho più i riflessi di un dodicenne carico di zuccheri, e la pazienza è quella che è. Però devo ammettere una cosa: superare finalmente una sezione che mi aveva massacrato nei tentativi precedenti è una soddisfazione autentica.

L’unica scelta che mi ha fatto storcere il naso è il limite massimo ai continues. Quando li hai al massimo, quelli extra diventano semplici punti. Arrivare all’ultimo livello e fallire sapendo che avresti potuto avere altre possibilità… brucia. Tanto.

Non è sempre lo stesso gioco, e questo è un bene

Una cosa che ho apprezzato molto è che Terminator 2D non resta mai fermo su una sola idea. Non è un sidescroller a senso unico. Cambia ritmo, cambia approccio, ti costringe ad adattarti.

Un momento stai sparando a tutto quello che si muove in scenari futuri devastati, con un’anima chiaramente arcade e vecchia scuola. Poco dopo, invece, ti ritrovi in situazioni più tese, quasi furtive, dove l’obiettivo è sopravvivere e non farti notare.
Alcune di queste sezioni, una volta rigiocate, perdono un po’ di mordente perché sono molto scriptate. Ma la prima volta funzionano alla grande, soprattutto grazie a come viene usata la musica e a come certi nemici entrano in scena senza preavviso.

La musica fa metà del lavoro (forse anche di più)

Qui c’è poco da girarci intorno: la colonna sonora è devastante.
In assenza di doppiaggio, è la musica a costruire atmosfera, tensione e identità. Le reinterpretazioni dei temi storici funzionano alla grande, pompano adrenalina e ti fanno sentire dentro a un T2 alternativo ma incredibilmente fedele nello spirito.

C’è anche qualche chicca musicale nascosta in giro che mi ha strappato un sorriso enorme. Di quelle che ti fanno dire: ok, questi sanno esattamente a chi stanno parlando.

Pixel art che sembra viva

Visivamente il gioco è una gioia. Non solo perché è bello, ma perché è animato benissimo. Ogni personaggio ha peso, carattere, presenza. Ogni movimento racconta qualcosa, anche senza una sola parola.

Si percepisce un’attenzione maniacale per i dettagli: gesti, pose, micro-animazioni che trasformano scene iconiche del film in piccoli momenti interattivi pieni di personalità. È fan service fatto bene, quello che non ti strizza l’occhio in modo disperato, ma ti fa annuire soddisfatto.

Il grande assente (o quasi)

Se devo trovare una vera delusione, è una sola: si gioca troppo poco nei panni del Terminator.
Considerando il titolo e il peso del personaggio, mi aspettavo più sezioni dedicate a lui. Invece il tempo passato a controllarlo è sorprendentemente limitato, soprattutto se si segue il percorso narrativo più fedele al film.

Capisco le ragioni narrative e il rispetto per la storia originale, ma qualche occasione in più per sentirsi una macchina inarrestabile non avrebbe guastato. Ci sono momenti iconici che vengono liquidati troppo in fretta o relegati a scene non giocabili, e questo lascia un leggero amaro in bocca.

Alcune sequenze più “power fantasy” emergono solo seguendo percorsi alternativi e finali diversi, ma restano più una curiosità che un vero ampliamento dell’esperienza.

Contenuti extra: carini, non essenziali

Una volta completata la storia principale si sbloccano modalità aggiuntive, percorsi alternativi e varianti. Sono interessanti da vedere, ma difficilmente cambieranno il modo in cui ricorderai il gioco.
Di fatto, stai rigiocando le stesse cose con qualche modifica qua e là.

C’è anche una modalità senza continues che, onestamente, ho guardato e poi ignorato. Forse vuole evocare un certo tipo di esperienza arcade, ma non è quella che cerco oggi.

Un omaggio fatto con il cuore

Terminator 2D: No Fate è un gioco che sa esattamente cosa vuole essere. Non punta a durare decine di ore, non vuole reinventare nulla. Vuole riportarti negli anni ’90 e farti vivere il gioco di Terminator 2 che avremmo voluto allora.

Ha dei limiti evidenti, soprattutto nella varietà e nella longevità, e sfrutta meno del previsto il suo personaggio più iconico. Ma quello che fa, lo fa con una cura e una sincerità che oggi sono sempre più rare.

Non è solo il miglior gioco 2D su Terminator.
È una delle scuse migliori che mi siano capitate per tornare, anche solo per un pomeriggio, a quando bastavano pixel, musica pompata e dita doloranti per essere felici.

VOTO: 8

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