Non è successo davanti a una vetrina di retrogaming.
Non è successo rigiocando compulsivamente a qualcosa “per ricordare”.
È successo da adulto, quasi per sbaglio, quando mi sono accorto che ricordavo benissimo da che parte stavo, ma avevo quasi dimenticato perché.

Negli anni ’90 non parlavamo di console war.
Parlavamo di noi e loro.
E bastava quello.

Oggi, abituato a convivere con store digitali, patch al day one e hardware che si somigliano tutti un po’, tornare a quel periodo è stato come incontrare una versione più giovane di me stesso: uno che non sapeva nulla di strategie di mercato, ma capiva istintivamente cosa significava scegliere un mondo.

Non stavamo scegliendo una console (o almeno non solo)

Riguardandola oggi, la guerra tra console non era una gara di poligoni o di MHz.
Era una questione di tono, di carattere, di identità.

Nintendo era la certezza: mondi coerenti, mascotte rassicuranti, regole chiare.
SEGA era l’irrequietezza: velocità, rumore, voglia di sembrare diversa, più adulta, più “sporca”.

Io oggi lo so che erano strategie comunicative.
Io allora no.
E proprio per questo funzionavano.

Quando sceglievi una console, stavi scegliendo anche un modo di stare al mondo videoludico. Non perché qualcuno te lo spiegasse, ma perché lo respiravi: nelle pubblicità, sulle riviste, nei discorsi a scuola, nei pomeriggi passati a guardare giocare gli altri.

Il me degli anni ’90 e quello di oggi

Il me degli anni ’90 non parlava di “generazioni”.
Parlava di quel gioco lì, di quel personaggio, di quel livello che non riesco a superare.

Il me di oggi analizza, confronta, mette tutto in prospettiva.
E quando guarda indietro, non cerca più il vincitore, ma il senso di quella contrapposizione.

Mi rendo conto che quella guerra mi ha insegnato qualcosa che avevo quasi rimosso: scegliere voleva dire rinunciare.
Non potevi avere tutto.
E questa mancanza dava peso a ogni decisione, a ogni acquisto, a ogni discussione accesa.

Poi arrivò qualcuno che non urlava

A un certo punto entrò in scena Sony.
E lo fece in modo stranissimo, almeno per l’epoca.

Niente mascotte iconiche.
Niente slogan gridati ai ragazzini.
Un tono quasi freddo, distante, che parlava di giochi come di oggetti culturali, non solo di intrattenimento.

All’epoca non capii subito cosa stava succedendo.
Oggi sì: quello fu il momento in cui la console war cambiò natura.
Da scontro identitario a trasformazione profonda del linguaggio.

E il me degli anni ’90, probabilmente, lì si è sentito spaesato.
Non escluso.
Solo… meno al centro.

Riguardare tutto adesso

Ritornare a quella storia oggi non è un esercizio nostalgico.
È un confronto tra due versioni di me.

Io non voglio tornare a quei pomeriggi, né rifare quelle discussioni infinite.
Ma voglio ricordarmi perché mi importava così tanto.

La console war non era migliore di oggi.
Era più semplice.
E in quella semplicità c’era spazio per costruire un rapporto con i videogiochi che non passava da backlog infiniti, paura di restare indietro o ansia da prestazione.

Quello che mi resta davvero

Oggi non combatto più nessuna guerra.
Gioco dove mi va, quando posso, su quello che ho.
Ma quando incontro il me degli anni ’90, capisco una cosa importante:

non era ingenuo.
Era solo meno distratto.

Scegliere una console significava scegliere un’identità, anche solo per un po’.
E forse è per questo che quelle guerre ci sembravano così importanti:
perché, senza saperlo, stavamo imparando a prendere posizione.

Non per vincere.
Ma per sentirci parte di qualcosa.

E questo, a distanza di anni, è l’unico vero hardware che non si è mai rotto.

console-waranni-90