Quando mi sono seduto a vedere Avatar: La via dell’acqua, qualche anno fa, avevo un dubbio gigantesco: possibile che uno riesca davvero a far valere tredici anni di attesa? Tre ore dopo, la risposta era stata un sì grande come Pandora.
Con Fire and Ash la situazione era diversa. Niente attesa biblica, solo tre anni. E soprattutto una domanda nuova: che faccia ha un terzo capitolo diretto da James Cameron?
Non avevo una risposta chiara nemmeno dopo oltre tre ore di film. Ma una cosa sì: avevo un sorriso enorme stampato in faccia.
Ripartire dal dolore, ma senza fermarsi
Il film riprende subito dopo gli eventi precedenti. La famiglia Sully è ferita, letteralmente e emotivamente. La perdita pesa, il lutto non è una parentesi, ma qualcosa che condiziona ogni scelta. Jake reagisce come sa fare: preparando la guerra. Il problema è che il popolo che li ospita non ha nessuna voglia di continuare a combattere.
A complicare tutto c’è Spider, il figlio adottivo umano, che su Pandora non è mai davvero al sicuro. Tenerlo lì è un rischio continuo, e Jake prende una decisione tutt’altro che popolare. Per addolcire il colpo, la famiglia si mette in viaggio insieme a un clan nomade dei cieli, mercanti volanti che attraversano il pianeta sospesi tra aria e leggenda.
Ed è qui che il film cambia marcia.
Pandora prende il volo (letteralmente)
I primi minuti ricordano molto La via dell’acqua. Non è un difetto, ma all’inizio manca quella sensazione di “wow, non l’ho mai visto prima”. Poi arrivano loro: le navi sospese, le creature volanti gigantesche, i cieli pieni di movimento.
Vedere tutto questo su uno schermo enorme, in 3D, è una di quelle esperienze per cui il cinema esiste ancora.
Cameron non si limita alle grandi battaglie: si sofferma sui dettagli, sui mercati, sugli scambi, sulla vita quotidiana. Sono scene apparentemente tranquille, ma così dense di elementi visivi che ti ritrovi piegato in avanti sulla poltrona a guardare tutto.
E quando pensi di esserti ambientato… arriva il fuoco.
I Na’vi che hanno smesso di credere
Il nuovo antagonismo passa attraverso un clan Na’vi completamente diverso da quelli visti finora. Niente spiritualità, niente leggi sacre, solo dominio e distruzione. A guidarli c’è una figura carismatica e inquietante, una presenza che buca lo schermo ogni volta che entra in scena.
Il suo incontro con Quaritch è una collisione inevitabile. Due mondi che parlano la stessa lingua: violenza, potere, annientamento.
E qui devo dirlo: Quaritch è cresciuto tantissimo. Da villain funzionale è diventato uno dei personaggi più interessanti dell’intera saga. Le sue interazioni sono cariche di tensione e di ambiguità, e ogni scena in cui compare ha un peso specifico maggiore.
Spider funziona. Davvero.
Non me l’aspettavo, ma Spider è il cuore emotivo del film. Se nel capitolo precedente era il ragazzino di troppo, qui diventa un vero perno narrativo. È parte della famiglia, con tutte le contraddizioni del caso, e la sua presenza dà senso a molte scelte, anche a quelle più discutibili.
C’è in lui quella miscela di ingenuità, coraggio e fastidio adolescenziale che Cameron ha sempre saputo dirigere benissimo. E funziona.
Madri, guerriere, icone
Se c’è una costante nel cinema di Cameron, è la centralità delle figure femminili forti. Qui Neytiri fa un salto definitivo. Non è solo una combattente formidabile, è una madre spinta oltre ogni limite.
Ci sono sequenze in cui diventa pura furia, e sono tra le più potenti del film. Zoe Saldaña è incredibile, e riesce a rendere credibile un personaggio che vive sospeso tra dolore, rabbia e istinto di protezione.
Tutto sembra familiare… ed è voluto
Se devo trovare un vero “difetto”, è una sensazione di déjà-vu. Alcune immagini, alcune dinamiche, alcuni snodi narrativi sembrano riecheggiare i film precedenti. A tratti sembra di guardare una versione amplificata di qualcosa che già conosci.
Ma conoscendo Cameron, non è pigrizia. È metodo.
Non ribalta le idee: le ingrandisce, le rende più epiche, più emotive, più stratificate. Dove prima c’era un tema, ora c’è un coro. Dove prima c’era uno scontro, ora c’è una guerra.
Il film corre, intreccia più linee narrative senza mai diventare confuso, e arriva a uno scontro finale enorme, caotico, spettacolare, dove succedono così tante cose che fermarsi a fare il confronto puntuale con il passato diventa quasi inutile.
Colori, luce, cinema puro
Visivamente Fire and Ash è meno rivoluzionario del capitolo precedente, ma molto più raffinato. Usa una palette più ampia, più audace, e non ha paura di spingersi in territori quasi psichedelici.
Sì, il film va visto al cinema.
Sì, meglio in 3D.
Sì, l’alto frame rate ogni tanto si nota, ma è un dettaglio minuscolo rispetto all’impatto complessivo.
Tirando le somme
Avatar: Fire and Ash non deve dimostrare nulla dal punto di vista tecnico. Quello che fa è chiudere (per ora) un arco narrativo dando spessore ai personaggi, rafforzando i legami e alzando l’asticella emotiva.
Pandora è un po’ meno aliena, ma i suoi abitanti sono molto più umani.
E Cameron, con questo terzo capitolo, dimostra una cosa semplice: non gli interessa stupire con il giocattolo nuovo. Gli interessa raccontare una storia grande, con cuore, muscoli e visione.
Non è solo un altro Avatar.
È la conferma che, quando James Cameron decide di tornare, non lo fa mai per nostalgia. Lo fa per alzare ancora la voce.
VOTO: 8.7



